Casella di testo: … Se fai le vacanze in motocicletta le cose assumono un aspetto completamente diverso. In macchina sei sempre in un abitacolo; ci sei abituato e non ti rendi conto che tutto quello che vedi da quel finestrino non è che una dose supplementare di TV.
Sei un osservatore passivo e il paesaggio ti scorre accanto noiosissimo dentro una cornice.
In moto la cornice non c'è più. Hai un contatto completo con ogni cosa. Non sei più uno spettatore, sei nella scena, e la sensazione di presenza è travolgente. È incredibile quel cemento che sibila a dieci centimetri dal tuo piede, lo stesso su cui cammini, ed è proprio lì, così sfuocato eppure così vicino che col piede puoi toccarlo quando vuoi un'esperienza che non si allontana mai dalla coscienza immediata.
… Le idee cominciarono a prendere forma in seguito a quella che sembrava una piccola divergenza di opinioni tra John e me su una questione di secondaria importanza: in che misura uno si debba occupare della manutenzione della propria motocicletta. A me sembra del tutto naturale usare la busta dei ferri e il libretto di istruzioni di cui è corredata ogni moto, provvedere da solo alle riparazioni e alla messa a punto. John è restio. Preferisce che se ne occupi un meccanico. Entrambi i punti di vista sono accettabili, e questa divergenza secondaria non sarebbe mai diventata così importante se non avessimo viaggiato insieme tante volte, fermandoci negli autogrill a bere birra e a chiacchierare di tutto quello che ci saltava in testa, e che di solito non è altro che ciò che abbiamo pensato nella mezz'ora o nei tre quarti d'ora trascorsi dall'ultima chiacchierata. Finché si parla di strade, del tempo, della gente, di vecchi ricordi o delle notizie sui giornali, la conversazione scorre via liscia.
Ma se per caso mi è capitato di pensare alle prestazioni della moto e tiro in ballo questo argomento il discorso s'inceppa.
Per me è un po' come quando mi salta un'otturazione: non resisto alla tentazione di stuzzicare il dente. E più insisto, più John si irrita, e più io mi convinco che la sua irritazione è il sintomo di qualcosa di più profondo.
Siamo come un cattolico e un protestante che si trovano a discutere del controllo delle nascite: loro parlano di numeri, ma quel che c'è sotto è un conflitto di fedi, la fede in una pianificazione sociale empirica da una parte, quella nell'autorità di Dio secondo i dettami della Chiesa cattolica dall'altra. Il protestante dimostrerà invano la praticità della maternità pianificata, perché il suo antagonista non parte dall'ipotesi che qualcosa di socialmente pratico sia di per sé buono. Lui parte da altri principi, che giudica altrettanto validi, se non di più. Con John è la stessa cosa. Potrei decantargli la validità pratica della manutenzione della motocicletta fino alla nausea senza smuoverlo di un millimetro.
Dopo due frasi ha già l'occhio vitreo, cambia discorso o si limita a guardare da un'altra parte. Non vuole sentire ragioni. Sylvia è assolutamente dalla sua. «Balle» dice. Preferiscono non capire. E più cerco io di capire cos'è che fa amare il lavoro meccanico a me e lo fa odiare a loro, più il problema mi sfugge.
L'incapacità da parte loro è senz'altro da escludere. Sono entrambi intelligenti quanto basta. Ciascuno dei due potrebbe imparare a mettere a punto una motocicletta in un'ora e mezza, se solo ci si mettesse, e il risparmio di denaro, di tempo e di fastidi li ripagherebbe ampiamente dello sforzo. E loro lo sanno. O forse no. Non glielo domando mai. È meglio cercare di andare d'accordo. Ma ricordo che una volta, fuori da un bar di Savage, Minnesota, con un caldo da morire, stavo per perdere le staffe. Stiamo al bar per circa un'ora e quando usciamo le moto sono così roventi che non ci si può sedere sui sellini. Io avvio il motore, sono pronto a partire e vedo John che scalcia furiosamente sul pedale d'avviamento. C'è una puzza di benzina che sembra di essere vicino a una raffineria, glielo faccio notare sperando che con questo capisca che ha ingolfato il motore. «È vero, c'è puzza» mi fa e continua a pompare. E pompa e pompa, e scalcia e scalcia — non so proprio cos'altro dirgli. Alla fine è completamente stravolto, ha la faccia coperta di sudore e non riesce più a pompare, per cui gli suggerisco di togliere le candele, asciugarle e far prendere aria ai cilindri mentre noi rientriamo a berci un'altra birra.
Oddio no! Troppa fatica.
«Ma quale fatica?».
«Ma sì, tirare fuori i ferri e tutto il resto. Non vedo proprio perché non
dovrebbe partire. È una macchina nuova di zecca e non faccio altro che seguire le istruzioni alla lettera. Vedi, ha l'aria tutta tirata come è scritto qui».
«Ma come! L'aria tirata!».
«È quel che dicono le istruzioni».
«Sì, ma solo quando è fredda!».
«Ma insomma, saremo stati lì dentro un'ora!» dice lui.
A questo punto perdo la pazienza. «Oggi fa caldo, John» dico. «E comunque, un motore ci metterebbe più di così a raffreddarsi anche in una giornata gelida».
John si gratta la testa. «Be', e allora perché nelle istruzioni non lo dicono?».
Chiude l'aria e il motore si accende al secondo colpo. «Si vede che avevi ragione» conclude allegramente.
E il giorno dopo, neanche a farlo apposta, successe di nuovo. Questa volta ero fermamente deciso a non dire una parola, e quando mia moglie mi pregò di andare a dargli una mano scossi la testa. Le dissi che finché John non fosse stato convinto di averne davvero bisogno un mio intervento gli avrebbe dato fastidio, così ci andammo a sedere all'ombra e aspettammo.
Notai che, mentre continuava ad azionare il pedale, John era supergentile con Sylvia, il che voleva dire che era furioso, e lei gli lanciava occhiate del tipo «Oddio oddio!». Se mi avesse fatto anche una sola domanda ci avrei messo un secondo a trovare la soluzione, ma niente. Passò almeno un quarto d'ora prima che riuscisse ad avviare il motore.
Più tardi, mentre bevevamo un'altra birra sul lago Minnetonka e intorno al tavolo chiacchieravamo tutti tranne lui, mi accorsi che era tesissimo. Dopo tutto quel tempo! Alla fine, forse per scaricarsi un po', disse: «Guarda, quando mi fa questo scherzo di non partire, be', mi manda in bestia. Non posso fare a meno di diventare paranoico». Poi aggiunse: «Avevano solo questa qui di motocicletta, capisci? Questa carcassa. E non sapevano cosa farsene; se rispedirla in fabbrica o venderla come rottame o cosa... e all'ultimo momento non vedono arrivare me con milleottocento dollari in tasca? E hanno capito che i loro problemi erano finiti».
Perorai di nuovo la causa della messa a punto del motore e lui fece dì tutto per ascoltare la mia tiritera. Ma poi fummo daccapo, John andò al banco a ordinare birra per tutti e non se ne parlò più.
John non è testardo, non è pigro, non è stupido, non è limitato. La spiegazione non è così semplice. Ho anche pensato di essere io l'eccezione, ma la maggior parte dei motociclisti sa come mettere a punto il proprio motore. I proprietari di automobili di solito non ci mettono mano, ma in ogni centro abitato c'è un garage dotato di ponti costosi, di attrezzi speciali e apparecchiature diagnostiche che il proprietario medio di un'autovettura non può permettersi. E poi il motore di una macchina è più complesso e inaccessibile di quello di una moto, quindi la delega è più sensata. Ma per la moto di John, una BMW R 60, scommetterei che non c'è un meccanico da qui a Salt Lake City. Se gli si bruciano le puntine o le candele è spacciato. So benissimo che non ha delle puntine di ricambio. Non sa neanche cosa sono. Se la moto lo pianta in asso nella parte occidentale del South Dakota o nel Montana, non so proprio cosa farà. Per ora sta evitando accuratamente di dedicare anche un solo pensiero all'argomento. La BMW è famosa per non dare problemi meccanici in strada e lui conta proprio su questo. Avrei potuto pensare che questo particolare atteggiamento di John e Sylvia riguardasse solo la motocicletta, ma in seguito scoprii che si estendeva ad altre cose...
Una mattina che li aspettavo nella loro cucina notai che il rubinetto del lavandino gocciolava e mi venne in mente che gocciolava anche l'ultima volta che ero stato lì; anzi, a quel che ricordavo, aveva sempre gocciolato. John disse che aveva cercato di sostituire la guarnizione, ma non aveva funzionato. Tutto qui. E con questo lasciò intendere che per lui la questione era chiusa. Dato che mi pareva che il gocciolio non gli desse nessun fastidio, mi misi il cuore in pace. Non ricordo cosa mi fece cambiare idea... un'intuizione, una specie di folgorazione, forse un impercettibile cambiamento di umore in Sylvia quando il gocciolio era particolarmente insistente e quasi copriva le sue parole — lei parla molto piano —, al punto che una volta i bambini la interruppero e lei perse la pazienza. Ebbi l'impressione che il suo sfogo coi bambini non sarebbe stato così violento se non ci fosse stato anche il rubinetto, e quello che mi colpì fu che Sylvia non diede la colpa al rubinetto, e non gliela diede di proposito. Si limitava a rimuovere la sua rabbia, e ci mancava poco che quel dannatissimo gocciolio la facesse impazzirei
Poi, questo episodio si collegò alla storia della motocicletta e mi si accese una lampadina in testa. Ahhhhhhh! In realtà, quello che quei due non sopportano è la tecnologia! Così un sacco di cose incominciarono a quadrare. L'irritazione di Sylvia nei confronti di un amico che pensava che la programmazione del calcolatore fosse 'creativa'. Tutti i loro disegni, i quadri e le fotografie senza neanche un dettaglio tecnologico. Ecco perché Sylvia non diventa matta per via del rubinetto, pensai. Si rimuove sempre la rabbia momentanea verso qualcosa che si odia a fondo. Ecco perché John fa finta di niente ogni volta che il discorso cade sulla riparazione della moto, persino quando è evidente che per lui è una sofferenza. Perché si tratta di tecnologia. Ma certo, è chiaro. Se John e Sylvia hanno scelto di viaggiare in motocicletta è soprattutto per allontanarsi dalla tecnologia, per ritrovarsi in campagna,
all'aria fresca e al sole. Il fatto che io li riporti proprio sul luogo e nel punto da cui credono di essere finalmente fuggiti li raggela entrambi.
… La tecnologia, in qualche modo, ha fatto di te uno straniero in casa tua. La sua forma misteriosa ti dice: «Va' via». Si sa che da qualche parte c'è una spiegazione, e che la «cosa» è indubbiamente al servizio del genere umano, anche se in modo indiretto, ma tutto questo non si vede. E così si viene a creare un sentimento di ostilità, che in ultima analisi credo sia lo stesso che determina l'atteggiamento di John e Sylvia, altrimenti inspiegabile. Qualsiasi cosa abbia a che vedere con valvole, condotti e strumenti meccanici fa parte di quel mondo disumanizzato, e John e Sylvia preferiscono non averci niente a che fare.
… Non sono d'accordo con John e Sylvia per quanto riguarda la manutenzione della moto, ma non perché non capisca i loro sentimenti verso la tecnologia. Penso solo che la fuga dalla tecnologia e l'odio nei suoi confronti portino alla sconfitta. Il Buddha, il Divino, dimora nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi del cambio di una moto con lo stesso agio che in cima a una montagna o nei petali di un fiore. Pensare altrimenti equivale a sminuire il Buddha — il che equivale a sminuire se stessi.
Casella di testo: Robert M. Pirsig
LO ZEN E L'ARTE DELLA MANUTENZIONE
DELLA MOTOCICLETTA
TITOLO ORIGINALE:
Zen and the Art of Motorcycle Maintenance
Traduzione di Delfina Vezzoli
1974